
giovedì 19 aprile 2012
Flipback books: I libri letti al contrario.

giovedì 29 marzo 2012
Il ragazzo dallo strano karma

Capitolo I
Tutto cominciò una calda mattinata di un anonimo fine settembre, sotto un sole ancora incredibilmente cocente. In bocca percepivo il sapore salato delle acque del Mediterraneo e della sabbia, che si era collezionata lungo il cammino su quelle spiagge ove girovagavo con amici in cerca di emozioni e giri di follia vari. Senza mai trovare tuttavia il giusto posto e senza potere mai affermare poi, con stile e sguardo di chi la sa lunga, di avere trascorso momenti da almanacco sentimentale. Momenti da portare sempre con me, per poi, magari un giorno, riviverli e riderci sopra.
La brezza di mare accarezzava la pelle di quei ritardatari lupi di mare non ancora soddisfatti delle conquiste. L’aroma secca e salata di quella brezza si sentiva ancora sulla pelle come un profumo a lunga durata dalla quale difficilmente ci si sarebbe potuto sbarazzare. Una specie di marchio obbligatorio di chi viveva al sud.
Le serate in spiaggia a Mondello, o a Isola delle Femmine, o a San Vito, dove il vecchio Mirko, un amico dall’animo nobile conosciuto negli ambienti universitari, aveva trovato lavoro per la stagione presso una pizzeria rinomata, ancora persistevano nella memoria di tutti coloro che non avevano chiuso le trattative in corso. Da quelle serate scaturivano tutta una serie di discorsi, estimazioni e scenate che ancora restavano aleggianti nell’aria torrida da deserto sahariano.
La stessa mattina di quella torrida giornata, la sveglia del cellulare si era messa a suonare senza pietà strappandomi da un sonno pesante e da una voglia di restare a letto fino alle dodici, guardando la tele. Spinto da una accidiosa forza magica e da alcuni raggi solari, che spavaldi entravano dritti in quella camera, allungai il braccio per staccare la sveglia e quasi feci cadere il cellulare a terra tramite movimenti convulsi.
Mi alzai con in testa un dolore acuto e indemoniato. Avevo la schiena tutta bagnata e la bottiglia da un litro e mezzo d’acqua minerale era vuota e distesa sul pavimento, vittima di quel caldo afoso che neanche la notte e l’assenza di sole riuscivano a calmare.
Dopo una doccia rinfrescante, ritornai in camera trovando la sveglia del cellulare ancora suonante. Era quella di riserva in caso mi fossi riaddormentato.
In una stanza adiacente alla cucina, mia madre stirava un paio di camicie. Le feci un breve cenno di saluto e lei alzò la testa in segno di risposta con una smorfia come a dire: era ora che ti alzassi. In cucina la luce del sole entrava filtrata dalle tende che coprivano le due grandi finestre e l’aroma del caffè regnava timido e sparso in tutta la stanza. Nella grande caffettiera restavano due tazze di caffè ormai freddo. Riempii quindi un bicchierone di latte freddo e, senza mettere zucchero, spruzzai sopra un po’ di cioccolato in polvere aggiungendo il caffè che restava. Lo feci fuori con lunghe sorsate sentendo tutta la sua freschezza e il suo sapore amaro risalire dallo stomaco lasciandomi una sensazione alquanto disgustosa in bocca.
Dopo una buona mezz’ora d’indecisione e senza trovare una minima traccia di motivazione per raggiungere la facoltà, decisi di prepararmi. L’intenzione era quella di uscire e sperare che fosse il giorno buono per ricominciare un’annata di studi e conferenze, ricerche approfondite, serate in locali per giovani stressati e indecisi.
Di sicuro quella luce e quel calore che entravano in casa non mi davano quella giusta dose di coraggio per raggiungere gente come Mirko. Avrei preferito andare a correre da qualche parte. Magari in un parco verso Altofonte, tipo da mio cugino Stefano, dove un boschetto quell’estate se l’era vista brutta in seguito all’azione dei piromani. Meno male che la forestale e i vigili del fuoco erano intervenuti tempestivamente evitando il peggio.
Comunque quell’estate ero stato fatto preda dai miei genitori in vacanza per due settimane in Versilia, nell’atmosfera decadente di un villino di amici del babbo. Per fortuna che c’erano state parecchie serate in spiaggia con tipi provvisti di chitarre e joint, che cercavano di interpretare certi pezzi intramontabili del Battisti o del Lennon, seduti all’indiana attorno ai fuocherelli.
Una certa Caroline in particolare, proveniente dal cugino paese transalpino, aveva suscitato in me un’ondata di emozioni. Alcune di queste si erano tradotte in sudate estreme e tecnica di spinte stroncanti nel letto, tutto tremolante e rumoroso, della sua camera nella pensioncina “Le due rive”, che divideva con un’amica grassona dalle tette bomba e una portaerei al posto delle chiappe. In più l’amica aveva un viso devastato dall’acne che neanche gli specialisti più rinomati degli States avrebbero mai potuto portare ad un livello accettabile.
Caroline invece portava con sé il fascino delle tipiche normanne dalle guance rosse, il naso all’insù, un breve accenno di lentiggini rossastre sulle guance, due occhietti verdemare e profondi, una pelle chiarissima, gambe lisce e lunghe e dei morbidi capelli tagliati corti, leggermente rossicci, che col sole prendevano riflessi color rame.
Ci eravamo scambiati in maniera naturale i numeri dei cellulari dopo esserci ritrovati per caso seduti attorno lo stesso tavolino di una terrazza di gelateria, mentre cercavamo di comunicare con gesti e ampi sorrisi criticando il caldo ed elogiando la bellezza del paesaggio. Avevo appuntato, per rispetto, pure il numero della ragazza bomba, dopo aver lasciato pagare la granita a Caroline che mi trovava abbastanza sympa e mignon, che tradotti significavano simpatico e bello.
Il giorno prima della mia partenza, mentre loro restavano ancora qualche giorno, trovai Caroline alle prese con un esagerato bacio alla francese, strettamente abbracciata ad un tipo tutto muscoli, mandibola da pitbull e un tatuaggio sulla spalla destra. Rimasi ad osservarli qualche minuto mentre erano intenti a scambiarsi la lingua distesi sulla spiaggia. Il mastino le carezzava le cosce e arrivava fino alle chiappe e lei che si stringeva sempre di più.
Avevo passato tutta la notte su quella stessa spiaggia a bere con l’amica mostruosa consolandomi con le sue tette prendendole come morbidi e caldi cuscini sopra le tovaglie. Non ci capivamo molto. Lei parlava e io le facevo di sì con la testa. Compresi solamente che la mattina della partenza mi ero ritrovato completamente sbronzo e pieno di sensi di nausea, e tutta la discesa verso l’isola sull’autostrada l’avevo passata a dormire. Quando mi svegliavo i sensi di vomito prendevano il sopravvento e il babbo era costretto a fermarsi. Si arrabbiava con mamma e lei gridava, dando la colpa a lui mentre io vomitavo sul ciglio della strada con le auto che mi sfrecciavano a pochi centimetri e a centotrenta all’ora.
L’estate in quella parte di Europa era molto lunga e asfissiante, i sintomi della tropicalizzazione si facevano sentire ormai da diverso tempo e, in certe parti del sud, intere aree erano fortemente minacciate dalla desertificazione. Si parlava, come ammettevano certi praticanti di università in conferenze a tema, di un vero miracolo contro natura, che metteva in pericolo l’intera biodiversità di quel territorio. Il risultato era che un giorno avremmo potuto fare crescere delle piante di banane nel giardino sotto casa e tenere iguana e altre specie tropicali senza particolari problemi di ambientamento e nutrizione.
Ricordo quando ad una conferenza, un professore venuto direttamente dagli States, col suo italiano americanizzato si era messo a gridare e sbattere il pugno sulla cattedra come un senatore candidato alla presidenza. Parlava del clima che diventava pazzo e dei presidenti degli stati membri del G8 che non facevano nulla per evitare possibili catastrofi naturali.
Gli sguardi di certi nostri professori connazionali, che lo osservavano incerti e preoccupati, la dicevano tutta sulla gravità della cosa. Non tanto per la desertificazione e i problemi ad essa collegati, ma del fatto che avrebbero dovuto sopportare quel professore e la sua veemenza nelle cene organizzate e durante tutta la durata del suo soggiorno. Eravamo stati costretti a vedere pure il film documentario di Al Gore e dopo ci era pure stata data la possibilità di porre domande al professore statunitense che rispondeva sempre con accentuati scatti d’ira.
Quell’estate, che non aveva nessuna intenzione di archiviarsi, rimescolava intatte alcune scene e situazioni trascorse. Tipo tutte le brutte figure, e incomprensioni, e inconvenienti di fronte a ragazze più o meno impaurite, più o meno impavide e vissute, talvolta bloccate da gravità superiori spesso insormontabili. Come nel caso di alcune vecchie conoscenze femminili teneramente bloccate dal fatto che il proprio fida fosse partito lontano per differenti motivi e mansioni, portandosi dietro quel briciolo di libertà che restava a quelle poverette, che ancora credevano alla favola della fiducia e del ritorno glorioso del proprio principe azzurro. Ne scaturivano alcune scene da vere soap scadenti, con scatti di ira e perdite di controllo di certune che, dopo tristissime esperienze e cuori sbriciolati come cristalli, si erano date alla pazza gioia e vita da libertine assolute e scopatutto. Roba da matti.
In quel periodo ero sempre in compagnia di diversi irriducibili e vecchi compagni di liceo che neanche il tempo o le aspirazioni o i semplici ma irrimediabili casi della vita hanno potuto allontanarci. Gente come Ivan Galioto con la sua peugeot rossa fiammante coupé cabriolet, mago informatico perennemente alla ricerca di guai per scaricare programmi e documenti a volte d’importanza nazionale. Ivan era uno dei pochi cui potevi chiedere qualsiasi favore a livello informatico. Scaricava praticamente di tutto e possedeva un giro illegale di cd e video abbastanza radicato all’interno dei mercati del centro.
Poi c’era Peppe Mancino, che quell’estate aspettava con mite pazienza fine Ottobre, dove gli alti spigoli innevati delle Alpi svizzere e il calduccio di un frenetico ristorante Molino nei pressi di Berna, lo attendevano per una lunga e rigida stagione invernale. Il suo sguardo parlava chiaro, nascosto dietro le lenti di un paio d’occhiali scuri che lo avvicinavano più a un moscone che a un giovane di belle speranze. Come belle e inavvicinabili si presentavano le speranze per arrivare a certe ragazze complessate e apparentemente dotate di uno spirito equilibrato. E altrettanto belle, pensavo, fossero anche le speranze per un altro anno di facoltà insieme a tipi come Mirko Lo Cicero, e ai volumi da procurarsi tra spintoni e gomitate all’interno delle minuscole librerie dell’usato in corso Vittorio Emanuele.
E se il buon vecchio Peppe Mancino aveva intenzione di turbare gli indecisi piani del mio immediato futuro con la speranza di trascinarmi con lui nella traversata che lo avrebbe portato nelle Alpi svizzere per del duro e ben ricompensato lavoro, non c’era riuscito per niente. Il muro, che avevo costruito tramite le mie vecchie e indimenticabili esperienze nel settore, aveva retto a meraviglia come la grande muraglia cinese dagli assalti nemici.
E anche se c’era la mezza idea di mandare in aria la facoltà, non volevo gettarmi dentro una brigata comandata da qualche maître con troppe ambizioni. Un viaggio a scopo benefico l’avrei fatto. In India o in Brasile o nell’isola di Borneo, in mezzo a nature incontaminate e gente che si rifugiava nello spirituale per scampare dalla brutalità degli uomini.
Intanto a un migliaio di chilometri più in alto, Ettore Crisani rientrava dal suo soggiorno di Maiorca. All’aeroporto di Linate dovette aspettare circa trequarti d’ora prima di vedere spuntare le costose valigie in pelle uscire dal tunnel. Con lui c’era Marta, la sua nuova ragazza, figlia di un noto banchiere milanese. Indossava un top stretto sul petto e una gonna rosa che le scopriva le gambe abbronzate e lisce. Osservava con aria di distacco la marea di gente e turisti che se ne stavano in attesa delle loro valigie.
Flavio li aspettava fuori dall’aeroporto, maledicendo il caldo e i capricci del suo capo. Flavio era un spilungone lombardo, dall’alta cresta perennemente in balia del vento, che oltre ai compiti di leccapiedi delle varie situazioni, copriva il ruolo di assistente personale di Ettore nel suo nuovo studio di corso Buenos Aires.
Ad ogni nuova persona che usciva attraverso le porte scorrevoli in vetro, alzava la sua testa come una tartaruga e, quando capiva che non si trattava delle persone giuste, la riabbassava come mortificato.
Finalmente i bagagli erano arrivati e Ettore, dopo averli caricati su un carrello, si era incamminato verso l’uscita, seguito da Marta a breve distanza che si preoccupava di portare solo la sua nuova borsa griffata comprata a Maiorca.
Era già la terza volta quell’estate che Flavio andava a cercare la coppia con la Passat station wagon di proprietà dell’agenzia. E quella è stata la prima volta che Marta si era degnata di un saluto, seguito da un sorriso e uno scambio di baci. Anche se il tutto aveva una chiara vena di falsità per Flavio, quello era un giorno da segnare con una croce sul calendario.
Dopo avere caricato i bagagli sull’auto, Flavio dovette cominciare a sorbirsi la rabbia di Ettore.
“Come diavolo è possibile!” disse Ettore, duro come se la colpa fosse tutta di Flavio.
“Ti giuro che quando l’ho visto entrare e ha minacciato di spaccare tutto avrei potuto sparargli se avessi avuto una pistola.
“E tu hai chiamato la polizia?” chiese allarmato Ettore.
“Che dici? Però Elena stava per farlo e l’ho bloccata in tempo.”
Così raccontava la sua versione Flavio, soddisfatto di avere agito da vero eroe e magari sperando che ci scappasse pure un complimento che ovviamente non arrivò.
“Meno male. A questo gliela facciamo vedere noi, non paga e pure gli viene in mente di minacciarci. Chi si crede di essere? Mi ha pure rovinato la parte finale della vacanza.”
Dicendo in questo modo Ettore si era accalorato e subito dopo dovette rimangiarsi la parte finale della frase lanciando un tenero sorriso a Marta che lo guardava con un’espressione di sufficienza.
Intanto Flavio si era immesso su una strada incasinata dove un vigile, a cui era stato affidato il difficile compito di smistare il traffico ad un incrocio molto frequentato, si scorgeva in lontananza. Marta sbuffando aveva detto che avrebbe potuto scegliere una strada migliore e soprattutto meno incasinata. Flavio si era automaticamente giustificato dicendo che ci sarebbe stato casino dappertutto, che era la fine delle vacanze e che tutti rientravano in quel periodo.
“Beh, stasera invieremo un bel biglietto al nostro amico con un ultimatum, e, a fine di quello, invieremo la pratica al tribunale che dico io” sottolineò deciso Ettore, mentre Flavio non capiva se il proprio capo volesse veramente mandare la pratica in tribunale o se fosse stata solamente una provocazione collaudata per omettere frasi più dure.
Capitolo II
La doccia sul mio corpo non aveva avuto effetti di lunga durata. Mi aveva rinfrescato un po’, ma non era servita ad abbassare il senso di soffocamento che provavo ad ogni passo, mentre ri recavo alla fermata delll’autobus numero duecentosessanta, con l’intento di raggiungere la città studi.
Attraverso i vetri dell’autobus giallo scorgevo il mio viso al quale in quei frangenti davo trent’anni. Mi ritrovavo con un capello di un nero intenso e lucido e un taglio polifunzionale, stile bravo ragazzo che non ama le stranezze delle acconciature contemporanee. Quel tipo di capello lasciava spazio alle leggere ed equilibrate ondulazioni che seguono da sole il disegno del cranio. Osservavo le basette che cadevano lunghe e spesse fino ai lembi delle orecchie e mi conferivano anche un’aria da deciso che condividevo.
Lontani erano gli anni accattivanti e disastrosi delle medie superiori. Lontane le lunghe e fastidiose battaglie per l’assestamento del fattore viso e apparenza esteriore. Ormai erano lontane le puntine che apparivano ogni tanto sparse nella parte inferiore della mandibola. Lontane le battaglie degli ormoni che spesso mi gettavano in una specie di abisso psicofisico pericoloso, da cui uscirne mi costava parecchia fatica a livello di incomprensioni con l’altro sesso. Perché ovviamente tutto girava in funzione dell’altro sesso.
Non sapevo perché e da chissà quale forza superiore fossi spinto, ma mi gettavo perennemente in mezzo a storie ultracomplicate con ragazze del quarto e del quinto liceo. Poi le sere primaverili, quando anche i più timidi ormoni si risvegliavano, portavo a termine le trattative, cercando ovviamente di non dissestare troppo i pomeriggi di studio per preparare gli esami di maturità e, negli anni che seguivano, gli impegni dei corsi universitari che mi sottraevano una quantità atroce di tempo.
Un ennesimo rinvio del professore di politica internazionale di cominciare le lezioni aleggiava nell’aria dei corridoi della facoltà a cui ero iscritto. Un foglio A4, attaccato alla porta della grande aula, informava i malcontenti universitari che la prima lezione era stata ancora rinviata per cause superiori. Una firma fatta in basso al foglio avrebbe dovuto autenticarne la provenienza, ma parlare di sabotaggio era la cosa più logica.
Sentivo un certo fremito all’interno dello spirito che mi faceva augurare qualcosa di non molto positivo per l’immediato futuro. Qualcosa del tipo un presentimento per cambiare in maniera radicale con il presente e per cercare di recuperare quello che di buono in me ancora non si era perso.
“Salvare il salvabile” sarebbe stato il mio motto per non inabissarmi nel pericoloso pozzo della depressione. E se mio padre insisteva per convincermi che lavorare fosse la soluzione migliore, invece di continuare a perdere tempo con quei rinvii, di certo non potevo dargli torto.
Intanto gruppetti di ragazzi se ne stavano a discutere in corridoio e a svariare su fatti astratti e su qualche notizia del telegiornale che riportava peggioramenti della situazione geopolitica o economica del mondo. Il loro vocio non disturbava certo alcuni professori che passavano di rado trascinando con loro certe arie di superiorità. All’interno di qualche altro gruppetto un rasta rideva forte e faceva ampi gesti con le braccia.
L’idea di quei tempi comunque era che non appena finito il ciclo universitario, trovare lavoro sarebbe stato come vincere un sudoku al massimo livello in meno di trenta secondi. Ovvero mission impossible. Ma di questo eravamo più che coscienti. Allora tanto valeva portare a casa un titolo di studio superiore e magari incorniciarlo ed esibirlo come trofeo d’incoraggiamento.
Ancora un rinvio per dei motivi non specificati. Le stesse voci, che giravano nei corridoi, parlavano dei brutti rapporti tra il professore egregio signor Galeoto e un dirigente dell'università, relativamente al rinnovo del suo personale contratto e altre frottole del genere.
Altri dicevano fosse per certi sputtanamenti tra i vari professori e, pensando alla maniera generale del campo universitario, a quest’ultima opzione davo maggiore importanza.
Ma il fatto, nel frattempo, esisteva ed era realmente grave e trita cervella.
Ancora un rinvio e le lezioni più importanti non cominciavano proprio e, di sapere la data, neanche la benché minima ombra di circolare scritta, magari per calmare gli animi generali.
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lunedì 12 marzo 2012
DER JUNGE MIT DEM SELTSAMEN KARMA

venerdì 3 febbraio 2012
Capitolo Otto e Nove di Millennium Village...

Otto
Hai appena cenato coi tuoi, trascorrendo gran parte del tempo rispondendo con brevi cenni del capo alle domande di tuo padre e di mamma soprattutto, che comincia a chiedersi quanto durerà questo tuo far nulla. Non hai nessuna voglia di impiegare energie mentali per risolvere i loro dubbi e rispondere alle loro domande, specialmente se si trattano di lavoro. Riesci a prepararti il caffè rispondendo il meno possibile e poi fili in camera tua, mentre in televisione cominciano ad apparire le immagini di un programma dove un gruppo di ragazzi se ne stanno rinchiusi dentro una casa-galera ad autoeliminarsi in un gioco alquanto patetico.
Accendi il pc e controlli le e-mail. Niente di nuovo a parte qualche spam. Poi accedi a facebook e tra i vari inviti a eventi e iscrizioni ai gruppi più disparati e dai nomi strani, trovi un messaggio di quella Elena Francesca Di Maria cui avevi mandato la richiesta d’amicizia senza conoscerla. Nel messaggio ti chiede semplicemente dove vi siete conosciuti e del perché di questa richiesta d’amicizia che comunque ha accettato.
Ti sorridi di fronte quelle parole e sei contento che abbia accettato la tua richiesta. Non esiti quindi a risponderle annunciandole che hai l’intenzione di far pubblicare su una rivista locale di cultura un articolo sulla mostra di Manuel Brolin che lei stessa curerà. Aggiungi che hai trovato per caso delle informazioni su questa mostra e che da subito ti ha colpito l’ideologia creativa ed espressiva dell’artista.
Senti il click della chat di facebook e ti accorgi di Giò che ti chiede cosa stai facendo e se può passare da casa tua per prenderti e andare a fare un giro dalle parti della champagneria. Gli rispondi subito che non ti va, che stai scrivendo un articolo molto impegnativo e sei concentratissimo. Speri che abbia interpretato il tuo messaggio ma Giò insiste scrivendoti che se vuoi può passare a prenderti più tardi, dopo che avrai finito. Ha intenzione adesso di andare dalle parti del Foro Italico dove hanno organizzato un palchetto dove si esibiranno vari giovani gruppi di cantanti. Non capisci se lo sta facendo apposta o è proprio così. Rifiuti nuovamente l’invito, deciso ad ignorare ogni suo successivo messaggio concentrandoti invece sul messaggio che Elena ti ha appena inviato dove ti scrive che è molto contenta di questa tua iniziativa e non appena il tuo articolo sarà pubblicato gradirebbe leggerlo. Rispondi subito dicendole che andrai a visitare la mostra e in quell’occasione le porterai alcune copie del mensile dove apparirà l’articolo. Aggiungi spavaldamente che sei contento di poterle essere d’aiuto in qualche modo e che ti piace la sua foto del profilo.
Mezzo minuto dopo l’invio del tuo ultimo messaggio, ti accorgi che Elena ti sta scrivendo nella chat: “Ciao, spero di vederti sul serio alla mostra allora”. Ti scrive lei e tu stranamente provi qualcosa di indecifrabile nel vedere quelle semplici parole indirizzate proprio a te. Qualcosa di molto strano e insensato.
“Certo che verrò. Ti porterò delle copie della rivista col mio articolo.” Rispondi al suo messaggio istantaneo.
“Grazie, sei molto gentile.”
“Non c’è di che.”
“Ma sei un giornalista te?” Ti domanda poi e la parola giornalista ti appare così ingombrante che non sai come risponderle.
“Diciamo che sono un appassionato di giornalismo.” Le rispondi, dopo lunghi secondi di meditazione critica, decidendo da subito di non mentirle.
“Interessante.”
“Per adesso sto tentando di raccogliere gli articoli per diventare pubblicista.” Aggiungi subito per spiegarle meglio la tua situazione.
“Ah bello. Anch’io dovrei farlo, ma sono talmente disordinata coi miei articoli...”
“Ti servirebbe una segretaria.”
“Dici?”
“Penso.”
“Credo proprio di sì.”
“Comunque sembra molto interessante quest’artista. Mi piace la sua idea di base, rende molto la modernità allo sbaraglio, disperata e alla continua ricerca di nuovi stimoli.”
“Manuel è un vero artista, lo conosco da tanto tempo e ti assicuro che il suo stile anche con la fama non è cambiato per nulla. Anzi credo che sia migliorato. E poi quando osservi le sue opere ti sembra di viaggiare. È semplicemente potente! Ma tu lo conosci di persona Manuel?”
“A dire il vero no.”
“E come sei venuto a conoscenza della sua mostra?”
A questa domanda tentenni un po’ prima di rispondere: “Ho letto un articolo su di lui su ‘Il gazzettino siciliano’, allora ho cominciato a spulciare su internet e ho trovato tante informazioni. Mi ha colpito subito la sua idea del riutilizzo di materiali di scarto per creare oggetti socialmente utili.”
“Semplicemente geniale, non credi?”
“Già.”
“Oltre che socialmente utile, la sua idea ci fa capire che su questo mondo nulla si crea o distrugge, ma tutto si trasforma.” Ti scrive lei. La sua frase ti fa ridere perché ti sembra di averla sentita già da qualche parte, tipo sui libri di scuola quando si studiava fisica o chimica. “Ma te sei di Palermo?” Ti chiede un attimo dopo. Intanto Giò ti scrive nella chat che passerà a prenderti tra un’ora circa. Prontamente gli rispondi di non passare e che non hai nessuna intenzione di uscire stasera, aggiungendo alla frase una sfilza di punti esclamativi.
“Sì sono di Palermo, anche se ho vissuto tanti anni all’estero.” Scrivi a Elena, sperando Giò non si metta più di mezzo tra te e lei.
“Studi?”
“Non per il momento, ma vorrei riprendere.” Rispondi e ti accorgi che stranamente le sue domande non ti danno nessun fastidio.
Anzi, ti sta piacendo farti scoprire da questa sconosciuta.
“E studiare cosa?”
“Penso giornalismo o lingue o qualcosa di simile. Tu?”
“Mi sono laureata in Storia moderna a La Sapienza di Roma.”
“Roma?”
“Sì. Ho vissuto a Roma per anni. Tu dove sei stato?”
“Parigi.”
“Davvero?”
“Sì.”
“Bellissima città.”
“Sì, ma stressante.”
“E che facevi lì?” Ti chiede ed è la domanda che meno ami e che tutti ti fanno dopo che hai svelato di aver vissuto a Parigi.
“Ho fatto tante cose, nulla di che.”
“Tipo?”
“Tipo tanti lavori diversi, ma ero lì principalmente per imparare la lingua.”
“Ok. E quanto tempo ci sei stato a Parigi?”
“Tanti anni.”
“Posso chiederti quati anni hai?”
“No.” Le rispondi.
“Come no?” Ti scrive lei e anche attraverso la chat puoi renderti conto di come lei sembra spiazzata da questa tua risposta così secca e dura, che non lascia spazio a nessuna replica.
“No.” Ripeti, deciso a non mollare, restare ben saldo sulla tua posizione.
“Come mai?”
“Puoi chiedermi tante cose, tipo se ho la fidanzata o quello che vuoi, ma non l’età.”
“E perché scusa?”
“È una scelta personale.”
“Strano.”
“Cos’è strano?”
“Chi nasconde l’età in genere è perché è vecchio.”
“Ah sì?”
“Sì e tu non mi sembri vecchio per niente.”
“Non sono vecchio.”
“Allora dimmi l’età.”
“Indovina.”
“Fammi pensare...”
“Facciamo una cosa?”
“Cosa?”
“Che se indovini ti offro un caffè.”
“E se sbaglio?”
“Me lo offri te.”
“Quindi in ogni caso c’è un caffè di mezzo?”
“In teoria sì.”
“Ah.”
“Perché in caso non ti andrebbe?”
“Non saprei.”
“Bene.”
E quel ‘non saprei’ per te rappresenta una mezza vittoria. Sorridi come un ragazzino capriccioso che ottiene proprio quello che vuole. Perché da un paio di minuti a questa parte, quello che vuoi è proprio incontrare questa tipa. Non riesci ad esprimere con parole il senso di mistica attrazione che stai provando nei confronti di questa donna. La sua età sul suo profilo di facebook è mostrata e dice che è più grande di te di diverse annate. Ma non ne te frega nulla, non ti fai nessun complesso mentale. Al contrario, ti senti fiero che in un certo senso le stai tenendo banco anche se state conversando attraverso la chat di un social network. La prima cosa che avevi pensato non appena avevate cominciato a chattare era stata che dopo poche battute lei ti avrebbe scaricato per dirti che stava per uscire o che aspettava qualcuno o che doveva fare qualcosa di più importante.
Invece non ti ha detto nulla di tutto ciò. E ne sei felice.
Nove
Il bip del tuo cellulare ti distrae dalla conversazione virtuale che stai avendo con questo ragazzo sconosciuto che si chiama Mauro. Valeria ti ha appena inviato un messaggio chiedendoti conferma per la serata al Reloj di stasera.
Ignori il messaggio almeno per il momento e ritorni con una certa dose di frenesia sulla conversazione con questo tipo, decisa a scoprire perché non voglia svelarti la sua età. Pensi che ha anche avuto la faccia tosta di sfidarti a indovinare la sua età mettendo in palio addirittura un caffè, che in un linguaggio più comune e meno cifrato significa un vero e proprio invito ad un incontro.
La vera Elena, quella degli ultimi tempi, avrebbe già chiuso la conversazione e arrivederci e grazie, altro che caffè e indovinelli. Invece te ne stai ancora seduta a gambe incrociate, sul tuo letto, restando al gioco di questo misterioso Mauro.
“Quindi in ogni caso c’è un caffè di mezzo?” Gli scrivi ridendo sulla maniera con cui vuole a tutti i costi strapparti un caffè.
“In teoria sì.” Ti scrive lui.
“Ah.”
Non ti lascia il tempo di pensare a qualcosa per rendere la sua impresa più ardua che ti scrive di nuovo: “Perché in caso non ti andrebbe?”
“Non saprei.” Gli rispondi a bruciapelo. Anche se grazie alle sue maniere molto garbate il caffè se lo merita tutto. E poi sta facendo pubblicità alla tua mostra col suo articolo.
“Allora?”
“Cosa?”
“Dimmi la mia età. Indovina.”
“Mmm...” Ti senti leggermente spiazzata. Dalle poche foto che hai spulciato su di lui e dalla maniera come parla potrebbe avere qualsiasi età. Decidi di buttarti: “Trentuno.” Dici e subito dopo hai come la sensazione che forse sono tanti.
“Cosa?” Risponde lui dopo diversi secondi di silenzio.
“Sbagliato?”
“Mi stai dando trentun’anni?”
“Sono tanti?” Gli chiedi, colpevole di averci pensato sopra un po’ di più prima di dargli una risposta.
“Troppi! Ma hai visto alcune foto mie?”
“Sì.”
“E secondo te ho trentun’anni?
“Guarda che ho tirato ad indovinare.”
“Beh offeso come sono dovrei minimo minimo cancellarti da facebook.” Ti scrive lui e ti metti a ridere perché sei sicura che non lo farebbe mai. Non ha ancora raggiunto il suo scopo del caffè, che in fondo è semplicemente una maniera carina per conoscerti.
“Ah sì?”
“Sì, e come minimo dovresti offrirmi una cena per farti perdonare.”
Non stai smettendo di ridere. Dal caffè è passato direttamente alla cena. Vai sul suo profilo di facebook e clicchi sopra l’icona dei suoi album fotografici pubblicati. Apri il primo album che ti appare e in effetti ti rendi conto che trentun’anni sono tanti.
“Addirittura una cena devo offrirti?”
“E certo. Sono offesissimo.”
“Se fossi in te mi accontenterei del caffè.”
“Se non ho altra scelta.”
“Non hai altra scelta, fidati.”
“A quando allora?”
“Fammici pensare...” Stai pensando che adesso il caffè non puoi più rifiutarglielo. Poi il tuo cellulare squilla. È la tua amica Valeria. Rispondi e lei mezza infervorata ti chiede se hai ricevuto il suo sms. Le menti dicendole di no e le dici che comunque ti senti troppo stanca per uscire e ti trovi alle prese con un urgente articolo che devi finire di scrivere. Lei ti dice che sono appena le dieci e che si trova già al Reloj e che tutti la stanno aspettando. Aggiunge minacciosa che se non ti fai trovare lì al massimo tra una mezz’ora, verranno a casa tua a prenderti con le cattive. Insisti ancora dicendole che proprio non ti và. Non hai nessuna voglia di abbandonare la chat proprio in questo momento, correndo il rischio che sia il misterioso Mauro ad abbandonare te. Ripeti alla tua amica che proprio non te la senti di uscire.
“Ci sei?” Ti scrive lui intanto, forse temendo per un attimo che lo hai abbandonato sul più bello.
Ti scusi scrivendogli: “Scusa, telefono”. Chiudi la telefonata con l’amica che non si capacita della tua decisione e ritorni da lui.
“Ero al cellulare con un’amica che mi chiedeva di uscire stasera.”
“Uscire?”
“Sì, uscire.”
“Per andare dove?”
“Al Reloj.”
“E che cos’è?”
“Un locale dalle parti di piazza Croci.”
“E tu che le hai detto?”
“Che mi secca.”
“Come mai?”
“Mi secca e basta. Non ho voglia di uscire stasera.”
“Ah... E io che pensavo che quel caffè era per stasera.” Questa frase ti lascia leggermente sospesa e infatti non replichi per diversi secondi. Ma prima che lui possa riscriverti se ci sei, scrivi: “Sei capitato nella serata sbagliata, mi spiace.” Ti rendi subito conto che forse la tua frase è troppo dura, ma oramai l’hai già inviata.
“Ok, scusa allora.” Infatti ti risponde lui aggiungendo l’emoticon del faccino triste.
“E di che?”
“Se vuoi ti lascio in pace.”
“No, mi piace essere disturbata da te.” Gli scrivi aggiungendo l’emoticon del faccino felice. Passi da frasi dure a frasi dolci con estrema velocità, senza rendertene conto. Chissà cosa starà pensando lui di te adesso. Vorresti proprio saperlo e vorresti vedergli le espressioni facciali che starà utilizzando. Quindi glielo chiedi in una maniera tanto semplice quanto spiazziante: “Che stai pensando adesso di me?”
“...” I puntini che ti scrive ti fanno capire che non ha capito il senso della tua domanda. “In che senso?” Ti chiede poi.
“Che pensi di me? In questo preciso istante intendo.” Ti rendi più chiara che puoi.
“Beh, proprio adesso penso che non hai voglia di uscire perché ti sta piacendo conversare con me.”
Ti metti a ridere perché in fondo è così. Al Reloj avresti incontrato le solite facce coi soliti vestiti e i soliti sorrisi di circostanza, con le stesse frasi e gli stessi episodi di vita raccontati solamente in maniera diversa, gli stessi avvenimenti che si arricchiscono di nuovi e inutili particolari.
Stasera invece ti senti come una ragazzina felice, libera di restartene a casa per i fatti tuoi, concentrarti tutta su questa nuova virtuale amicizia.
“E poi?”
“E poi penso che se una cui piace rischiare perché stai preferendo chattare con me, che sono uno sconosciuto, invece che uscire con una tua amica.” Aggiunge e anche qui non puoi dargli nessun torto.
“Acuta osservazione... E poi?”
“E poi non ho abbastanza materiale per giudicare. Dovremmo prenderci questo caffè e potrei dirti di più.”
“Insistente.”
“Dopo avermi offeso con l’età dovresti offrirmene dieci di caffè.”
“Hai ragione, scusami. Ma si può sapere quanti hanni hai quindi?”
“Sì.”
“Dimmi allora?”
“Solamente davanti un caffè.” Ti scrive e qui ti ha beccata in pieno. Adesso devi solamente comiciare a pensare seriamente a quando e dove prendere questo caffè con questo tipo.
“Va bene allora.”
“Perfetto. Quando?”
“Facciamo dopo l’opening della mostra. In questo periodo sono molto impegnata.”
“Anche per un semplice caffè?”
“Ma che ti costa aspettare un po’? L’opening è solamente tra una settimana.”
“Non ho altra soluzione a quanto vedo.”
“Mi sa di no.”
“Ok.”
“E poi fidati che se dico una cosa la faccio.”
“Fidarsi di una donna?”
“Perché no?”
“Mi viene difficile sai.”
“Come mai?”
“Per diversi motivi.”
“Tipo?”
“Tipo che le donne sono esseri tanto stupendi quanto sensibili, e più sensibili si è, meno affidabili si è.”
Questa frase ti paralizza per qualche secondo. Ti rendi conto solo adesso che questo tipo dall’età indecifrabile possiede qualcosa che ti piace. Qualcosa che stranamente ti attrae, che ti ha legata davanti il computer per interi blocchi di quarti d’ora.
Ma non ci fai caso per il momento perché ti basi sull’idea che è assurdo che un tipo conosciuto appena un’ora fa su un social network ti attragga, senza averlo mai visto dal vivo. Per di più un ragazzo che approssivativamente sembra più giovane di te di almeno sei o sette anni. Quello che sai è che ti piace come ti sta facendo ridere con le sue frasi.
“Bella questa frase.”
“Dici?”
“Sì. A chi l’hai rubata?”
“A un tipo che aspetta un caffè con una certa Elena.”
“Ah ok.”
“E comunque come mi terrai informato per il caffè?” Ti chiede lui e sorridi pensando che questa sua domanda ha tutta l’aria di essere una maniera carina per chiederti il numero di cellulare.
Ti sorprende anche il fatto che non te l’abbia già chiesto in maniera automatica e molto diretta come in genere fanno tutti gli uomini che incontri.
“Ti manderò un messaggio qui su facebook.”
“Mmm.”
“?”
“E se non avessi la possibilità di entrare su facebook?”
“Mmm.”
“?”
Questo gioco di mmm e punti interrogativi ti sta facendo ridere davvero tanto. Decidi di premiare questo tipo lasciandogli il tuo numero di cellulare anche se sai che è un rischio perché in fondo non sai proprio nulla di lui.
“Quindi devo lasciarti il mio numero?” Gli chiedi per leggere la sua reazione.
“Credo sia una buona idea.”
“Dici?”
“Credo proprio di sì.”
“Ok.” Sorridi e gli lasci il numero di cellulare. Lui ti fa uno squillo così ti registri il suo sul tuo cellulare.
Resti a chattare con lui ancora interi minuti che diventano un’altra ora belle piena. Vi raccontate paradossi sulla città dove vivete, scambiate informazioni su luoghi recentementi visitati, parlando degli ultimi viaggi fatti e progetti futuri. Lui ti svela che un giorno gli piacerebbe tentare un’esperienza a Londra dove forse potrebbe contare sull’appoggio di un suo amico che si chiama Berni e che non sente da diverso tempo. Tu le sveli che ti affascinano tanto città come Vienna e Berlino ma che non avresti mai il coraggio di mollare tutto e andartene a vivere in una delle due capitali, forse per il fatto che ti senti molto legata alla tua città, ai tuoi amici, alla tua passione per l’arte che ti sta portando grandi soddisfazioni anche in un contesto artistico un po’ provinciale come quello di Palermo. E poi non potresti mai abbandonare i tuoi genitori in questa fase delle vostre vite, dove sentite un reciproco bisogno di vicinanza.
Quando lo saluti per andartene a letto, percepisci la strana sensazione che hai fatto la cosa giusta a non essere andata al Reloj con i tuoi amici. Poi te ne vai sul serio al letto con un sorrisino da infante stampato sul viso.
mercoledì 25 gennaio 2012
91 Giorni a Palermo...



Si chiamano Jürgen Horn e Mike Powell, provengono uno dalla Germania, l’altro dagli Stati Uniti. Hanno creato un travel blog che si chiama for91days.com dove inseriscono le loro avventure trascorrendo in ogni luogo visitato tre mesi e un giorno. L’idea d’intrattenersi a lungo a ogni viaggio è semplice e deriva dal fatto che essendo tradizionali turisti per un ristretto lasso di tempo (da diversi giorni fino a poche settimane) non si riesce a carpire e vivere in pieno la vera cultura e tradizione di un luogo. Loro due, che nella vita, oltre a fare il fotografo uno e il web-designer l’altro, arrivano in nuovi luoghi sapendo ben poco, trascorrendoci esattamente 91 giorni, postando impressioni e foto e aneddoti per poi ripartire per una nuova avventura, verso posti che anche se conosciuti, hanno sempre qualcosa che si nasconde agli occhi dei tradizionali turisti e anche dei suoi stessi cittadini.
Il loro ultimo viaggio ha avuto come protagonista Palermo, città ben nota al mondo intero per le sue vicissitudini e la capacità a non sfruttare ciò che di positivo possiede per rendersi una delle più belle città europee. Jürgen a Mike, per tre mesi, hanno postato immagini nel loro blog, raccontando della gente, della cultura, della storia artistica e culinaria di una città che durante il regno di Federico II era la più forte potenza economica e sociale di tutto il Mediterraneo. I due viaggiatori, durante il loro soggiorno hanno trovato una città tanto affascinante quanto disgustosa e destabilizzante, con infinite bellezze (non solo artistiche) nascoste e mostruosità ben esposte agli occhi di tutti che oramai hanno imparato a conviverci. Una nota molto positiva della loro esperienza è stata dalla gente: un popolo ospitale come pochi al mondo, sempre sorridente e disposta a capire e aprirsi. Per Jürgen e Mike, la prossima tappa sarà lo Sri Lanka, ma di sicuro l’esperienza palermitana per i due non sarà tanto facilmente dimenticata.
